Giuseppe Angiuli

eppino Angiuli, dottore in legge, nato a Valenzano di Bari, dove vive, funzionario delle Poste, dedica il suo tempo libero al recupero ed alla memorizzazione della civiltà contadina, nella quale affonda le sue radici. Nipote di un cerusico stimato ed amato da tutto il paese, Méste Colétte, ha ereditato da lui la passione per la medicina. Nel 1990 ha pubblicato una raccolta di ricette di medicina vegetale dal titolo: "Curarsi con le piante medicinali di Puglia". Ha raccolto e commentato detti della sua gente in "Stipe ca trueve", con presentazione di Gianni Custodero. Poeta dialettale, ha prodotto alcune opere in vernacolo valenzanese: "Stipe ca trueve" /1 ed. 1983- 2 ed. 1997), "A la scòle du pìetterùsse" (1984), "Sòtte ò cambanàle" (1992), "Zembànne... Zembànne" (1996). Nei suoi componimenti Peppino Angiuli, continua ad arricchirci con lezioni di vita e di civiltà, vestendo i panni dell'uomo comune. Vi basterà leggere alcune delle sue poesie per comprendere la vita popolare dal punto di vista di un uomo che è nato e cresciuto in queste terre, utilizzando scene divertenti ma allo stesso tempo cogliendo ed utilizzando la serietà di certi eventi.




Di seguito sono raccolte alcune delle sue poesie in dialetto che tra le lingue, è la madre di tutte le lingue, è la lingua del prima della Torre di Babele. L'uomo l'ha usato, subito dopo il gesto, vocalizzando e sillabando le voci della natura. Dialetto viene dal greco "dialectos", che significa, tra l'altro, lingua ordinaria ed in musica: espressione. Combinando i due significati si può dire che il dialetto è la lingua ordinaria che ha, come precipua caratteristica, quella di essere espressiva. Rapido, semplice, immediato, caldo, intimo, armonioso, si è imposto come il linguaggio dell'intimità, della famiglia, del gruppo, del paese, delle ore liete e degli incontri più sentiti come quelli che si fanno a distanza di chilometri da casa e che si realizzano all'insegna del “ce se disce” e non del “What are you seing”.

Nel tempo ha dato vita a tante lingue che non soltanto gli hanno succhiato il latte ma l’hanno accasciato, sovrastrutturato, graffiato,usurpandoli anche il nome di lingua madre. Così, dal dialetto delle tribù romane si è passato al latino, lingua ufficiale di Roma e del suo Impero, dal dialetto fiorentino all'italiano: come sempre è il potere a decidere delle prevalenze. Quanne u marite jié poverjiedde, manghe la megghiere u pote vedè": quando il dialetto diventa lingua dei poveri tutti lo scansano, nessuno lo parla, perché può solo esprimere affetti ma non fa guadagnare poteri, pubbliche relazioni, tribunali, uffici, fioroni,lire, dollari e financo altari. E si arriva a bastonare i figli che lo parlano, per nascondere le origini umili, per introdurli nel mondo dei pochi e di quelli che contano; mentre i genitori, dimostrandone la validità, lo parlano sempre sopra e sotto banco. Quando cadono gli imperi cadono le loro lingue ed il dialetto riprende ad essere vivo e vitale e si riespande come una palla che finisce di essere pressata dal piede che l'opprime e riprende tuttavia sua vigoria, facendo leggere attraverso le sue acquisizioni le strisciate storiche che ha subito, arricchendosi.

Così a Valenzano, oltre a poter gustare la parola "acchiamijende" diversa dai semplici "vite", perché significa poni occhio e poni mente, si trova la parola "buatte" dal francese "boitte", "uagliò": dall 'arabo "uallo", "tavute" dall'arabo "tabut", "abbescuà" dallo spagnolo "buscar", "sanguic" dall'inglese "sandwich", "giacchett" dall’inglese “jachet", "il mus mus" per chiamare il gatto al topo che in latino si chiama appunto "mus" e cosi via fino al nostra simpatico distintivo barese "ce nge n'a' ma sci, sciamanijnne" che viene dall'arabo "iem sci". t Ciò significa che il dialetto ha una possibilità di ripresa straordinaria che fa sperare bene anche per il futuro e, per.la crisi che l'ha colpito da parecchio tempo. Alle cause- di sempre si è aggiunta la minaccia dei mass-nedia a far aumentare il suo difetto di,) circolazione.

Il dialetto ha, però, capito il trucco che lo farà rivivere: chiedere qualche passaggio cauto su qualche giornale, in qualche programma televisivo e, sopratutto, servendosi delle televisioni private e dei giornali locali, i| suo catarro laringeo si sta' diradando e la voce gli sta tornando chiara ed imperiosa.I giovani che lo conoscono apprendono due lingue ed acquistano due anime e due possibilità di correlarsi con il mondo che lì circonda; quelli che non lo conoscono vogliono apprenderlo. i Quelli che lo amano devono immettersi in questi revival ed aiutarlo; occorre parlarlo di più e così facendo assicureremo un grande servigio alla cultura che, secondo alcuni, è coltivazione soprattutto di se stessi; (è colto "qui colit sé jpsum"). Si sarà dato, in tal nodo, un notevole contributo al recupero delle nostre origini che non vanno superbamente tagliate così come si è fatto con il latino.


Scintille che danzano
Stipe ca truéve
Pensieri
Padre Pio
Nomignoli
Pasqua 2009
Natale 2009
Pasqua 2010
Vocabolario
ALOE (BELLEZZA SALUTE E VITALITA')
Curarsi con le piante

Zembànne... Zembànne
A la scole du cazzavoue A scènne a scènne Appicce la luscia to BuonAnno
Capedanne Care nepote Carnevale Ce va a ffunge
Che la dolgèzze Cma' volpa mè Core de nonne Ddì te ne scanze
Dolge dolge Du chembagne La criazzione La libertà
La libertà patrune La libertà-iesse La notte de Natale La propagande
La serenàte La storie de San Geséppe La televisione L'aborte
Le mammerc noste Lo scienziato e le orme L'omene Mégghie aunite
Mesure daddò Mesure daddà Na cannelé Na lite Nan accedenne
Natale 2007 Natale 99 Madonna bèlle Natale '99 Nge vole fertune
Nu suénne Pigghiamele a rrise Povere munne Prueve ad abbevèsce
Pur de vìerne Razzisene paisane Storie de Zamban Suenne de recotte
U ciucce du vecciére U furne de Mechèle U 'mbejìerne e u paravise

Di Seguito è riportata una Photogallery con i disegni di Cosimo Santacroce zio di Giuseppe Angiuli.